Mi alzo dal letto, sono le 6 del mattino, e la vedo. È immobile, e come potrebbe essere diversamente, ma sembra che mi fissi, che cerchi di comunicarmi qualcosa. Ma cosa? Veramente cerco di non capire? La bicicletta penso che oramai sia diventata un’estensione di me, quasi una seconda coscienza, il mio super-io che mi controlla, che mi ricorda quello che sono e quello che devo fare per vivere la normalità da conquistare ogni giorno. A vederla così, di primo acchito, con gli occhi ancora semichiusi e le orecchie rimbombanti del trillo della sveglia, mi pare imbronciata. Guardo la “telemetria”, l’amata glice presenta il conto di giorni in cui ogni scusa è buona e giusta per non fare il necessario. Alzo gli occhi e vedo la sagoma nera opaca, con la scritta “Cervello by Cicli Chiodini” con il suo colore  che spicca. Lo stomaco e la testa sono pesanti, la guardo e sento di odiarla. Si può odiare una bicicletta? Certo che no! Odio solo il mio essere inconcludente, il pormi obbiettivi che regolarmente cerco di sfuggire per evitare la sfida con me stesso. Poi d’improvviso la vedo con altri occhi. Mi avvicino e mi pare quasi di carezzarla con lo sguardo. Lascio che le dita scorrano lentamente sul tubo orizzontale… Le gambe spingono sui pedali, le sento piene, rotonde, vigorose. Il respiro è leggermente affannato, ma il cardio dice che va bene così. La salita è ancora lunga, il sole e il lago mi riempiono gli occhi… Il trillo della sveglia mi strappa dai sogni! Mi ero dimenticato di spegnerla. Mi ritrovo con la testa pesante e una leggera nausea, lei è sempre lì, immobile. La guardo e mi pare che mi sorrida con malcelata ironia, un sorriso sardonico, irritante, come dicesse: “ hai visto cosa succede a trascurarmi!”